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“Viva Viva la / Viva la Guerra / Santa Santa la / Santa la Guerra…”: non è un inno alla guerra ma una provocazione ironica ovvero l’inizio di alcuni versi pungenti di una celebre canzone di Edoardo Bennato contenuta nell’album la “Torre di Babele”, altra canzone che spinge alla riflessione, che dà il titolo all’album e recita i seguenti versi:
“Non vi fermate / dovete costruire la vostra torre
/ la torre di Babele / costi quel che costi / L’uomo è “superiore” ad ogni altro “animale” e quindi deve dimostrare tale presunta superiorità e da sempre sceglie la guerra come “soluzione” per risolvere i conflitti e controllare il territorio, un territorio che possiede confini sempre più labili, sempre meno definiti, in cui periferia e centro, virtuale e reale, locale e globale si confondono mettendo i crisi anche le categorie classiche di conflitto e di integrazione. Gli uomini costruiscono le torri del potere, del controllo politico ed economico anche a discapito di uomini, popoli, e culture “altre”… le torri, quindi, divengono inevitabili simboli dell’egemonia, dell’omologazione, della presunta superioriorità. Tali simboli del potere vengono presi di mira dalla follia di altri uomini per i quali il conflitto, lo scontro, il terrore è l’unica possibile “soluzione”, l’unico possibile riscatto. Alla base di ogni conflitto c’è sempre una costante, che mette in crisi se stessi, la propria identità: la paura del diverso, “l’altro da sé”, con i suoi codici espressivi, i suoi costumi, la sua cultura, le sue modalità dello stare al mondo, nel proprio mondo. Ma nel cosiddetto villaggio globale, i colori, i linguaggi, le esperienze diverse sono (o dovrebbero essere) una ricchezza inestimabile, una risorsa per coloro che condividono lo stesso spazio vitale: la musica come forma artistica apparentemente eterea, trascendente, che è sempre esistita in ogni tempo e in ogni luogo, diviene l’espressione di tale ricchezza, il linguaggio comune che unisce, che aggrega, diviene un’arma contro la guerra, uno dei tanti possibili strumenti di pace. A Londra come a Napoli, come a New York, come a Parigi, come a Bombay, come a Gerusalemme, i ritmi, i suoni, le tensioni, le pulsioni, i rumori si fondono, si confondono, danno vita ad inedite sonorità. Le realtà urbane divengono realtà ibride senza radici e senza identità o con mille radici e mille identità che condividono lo stesso spazio in cui centro e periferia si mescolano, in cui il centro diviene periferia e viceversa, in un percorso contemporaneamente diacronico e sincronico dove passato, presente e futuro convivono attraversando l'intramezzo, il terzo spazio[1], uno spazio ibrido dove niente è più quello che era e non è ancora ciò che sarà[2]. Metropoli, dunque, in cui le contraddizioni convivono da sempre, in cui il sacro e il profano, il vivo e il morto, i grattacieli e i monumenti storici, etnie e culture diverse dividono lo stesso mondo. Città dove le contaminazioni sono dominanti e le espressioni musicali, dalle melodie arabe ai ritmi afroamericani, si manifestano attraverso gli stessi umori e le stesse pulsioni della gente e del mondo giovanile che respira l'onda e diviene, spesso, motore propulsore di una possibile integrazione culturale, etnica, politica. Nell’ultimo secolo, in particolare, lo sviluppo delle comunicazioni, delle tecnologie, dei trasporti, dei media, di Internet ha abbattuto barriere, cancellato confini, spostato margini e limiti, provocando un’accelerazione violenta dei processi di ibridazione che hanno investito ogni forma di linguaggio e di socialità. La musica, i giovani e i loro rispettivi moduli espressivi sono inevitabilmente e costantemente travolti dalla velocità e si lasciano volentieri cullare, confusi e felici, nel vortice e nel caos dell’ibridazione e di una naturale integrazione. La MTV generation, i figli dei fiori virtuali, che attraversano il mondo “navigando in rete”, accompagnati da una colonna sonora costante che scandisce il tempo, le azioni, i modi di interazione e di integrazione, il confronto e lo scontro, l’entusiasmo e il pianto, l’aggregazione e la disgregazione, sono una chiara espressione della società del presente e del futuro, o di uno dei tanti possibili. Giovani che vivono lo spaesamento dell’uomo contemporaneo conseguente alla perdita di tutti i punti di riferimento. Uno “sbandamento” che secondo Bennato è “lo sbandamento di noi occidentali nei confronti del crollo di tutti gli ideali”. Lo stesso spaesamento, forse, che li spinge a condividere, musicalmente e socialmente, la ricerca di un luogo da “abitare”, di un luogo in cui incontrarsi, crescere e riconoscersi, un luogo attraverso cui esprimersi.[3] Sono gli stessi giovani che, come afferma Ferrarotti, hanno un bisogno primario di appartenenza ad un branco riconoscibile e che nella musica hanno trovato la “casa” che sentono di non avere più altrove. Dietro il “rumore organizzato” dei grandi concerti rock, secondo Ferrarotti, si nasconde una forte spinta verso l’utopia, un antico desiderio di trascendenza in grado di abbracciare questo “popolo di sfrattati”. Lo status di sfrattati è una condizione non solo fisica, sconvolge l’animo, coinvolge la mente e ti fa sentire in una specie di terra di nessuno, da dove parti per cercare altri luoghi, altri spazi, nuovi riferimenti. La musica è un linguaggio che aggrega e che accoglie i giovani sfrattati, aiutandoli a trovare luoghi nuovi. “Abitare” la musica vuol dire cercare un posto diverso dalla parrocchia o dalla sede di partito. Un luogo dove il ritmo del Rock, spesso criticato come “evanescente”, “effimero”, non dà elementi per la progettazione, ma certo la ispira, a differenza della politica dei partiti che non contiene i germi dell’utopia di cui i giovani hanno sete[4]. La musica, quindi, assume un ruolo determinante come ingrediente attivo e come risorsa di senso nei processi di costruzione sociale della realtà e delle identità, spinge verso l’integrazione, propone l’utopia e la sua possibile realizzazione. La musica diviene un possibile strumento di pace in un flusso continuo che si nutre dei tanti linguaggi dei giovani dalle “differenti identità” o sempre alla ricerca di un’identità, protagonisti di una sorta di nomadismo culturale e figli del villaggio globale. Giovani che, insieme, si recano a Seattle, a Praga o a Genova per contestare e utopicamente fermare la globalizzazione, “forma moderna di colonizzazione” e di “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”[5] di cui essi stessi sono un’espressione. “Estremisti di sinistra, preti, ecologisti, anarchici, boy-scouts, fans di Bob Marley e di John Lennon, frequentatori di rave, centri sociali, fans di San Francesco e quelli di Che Guevara, studenti di economia e di sistemi informatici, hackers telematici e coltivatori di cibi biologici”[6]: il cosiddetto “popolo di Seattle” o dei “no global” sembra essere, insomma, costituito da soggetti che appartengono a categorie diverse che danno vita ad una sorta di inedita categoria sociale trasversale composta da donne e uomini che alla Marcia della Pace Perugia-Assisi intonano in coro canti contro ogni forma di violenza. La musica diviene bandiera unificante, stimolo, motore propulsore e colonna sonora di un percorso comune. Figli di tutte le realtà possibili e di nessuna, di uno spaesamento sempre più insistente, i giovani trovano, quindi, nella musica uno strumento di identificazione, di aggregazione e di liberazione dalle paure e dai conflitti e divengono essi stessi veicolo di Pace. Il dubbio, lo spaesamento, il capovolgimento delle categorie canoniche, la provocazione, l’ironia e la denuncia sociale sono tra i temi ricorrenti che Edoardo Bennato esprime attraverso la propria produzione musicale, proponendo spesso una rottura netta nei confronti del sistema e della cultura dominante, schierandosi contro la violenza, contro il terrorismo, contro la guerra, ma anche contro la retorica dei “benpensanti” e dei “buoni sentimenti”.[7] Testimonianza del suo costante impegno per la pace è il toccante brano scritto contro “i signori della guerra” e contro ogni forma di violenza: Non è amore, una ballata che in alcuni versi fa riferimento alla tragedia dell’11 settembre 2001 ed il conseguente conflitto militare. La canzone è divenuta bandiera ed inno della pace in alcuni dei momenti collettivi più significativi nei mesi successivi alla tragedia come nel caso del concerto della Festa Nazionale dei Lavoratori del 1° Maggio promossa dalle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, e in occasione della “Marcia della Pace” Perugia – Assisi. Da sempre esiste un continuo e costante intreccio tra musica e società e la musica per i suoi contenuti e per la sua natura aggregante diviene inevitabile messaggio di pace. Non è amoredi Edoardo Bennato
“Non è amore” è nata due anni fa circa, come sempre è arrivata prima la musica,
poi, grazie al contributo di mio fratello Eugenio, sono riuscito a trovare i
versi giusti: la violenza non è mai amore, è sempre violenza, anche se chi la
compie crede di farlo per amore di dio, che quel dio si chiami Cristo o Allah.
Le guerre di religione sono solo un alibi alla violenza. L’unica fede importante
è quella dell’uomo. Soprattutto dopo “l’11 settembre”, che mi ha dettato i versi
finali del pezzo. La religione non giustifica la guerra, quindi, ma anche più in
generale l’ideologia, la “Politica” nascondono e mascherano conflitti di altra
natura. Il vero conflitto, oramai, è quello tra Nord e Sud. Io, come gli
occidentali che hanno coscienza della fortuna che hanno avuto di nascere in
questa parte del mondo, non posso che stare con il Sud. Ma c’è violenza e
violenza e quella di Stato, quella di chi ha il potere, è sempre la più grave.
Anche per questo la violenza di chi non ha voce finisce per essere inevitabile.
Ma non nelle democrazie occidentali. Qui, almeno in teoria, il potere dovrebbe
essere in mano al popolo. Noi cittadini occidentali benpensanti siamo tutti
pacifisti, ma a nostro uso e consumo; siamo tutti paladini di buoni sentimenti
che spesso i media guidano e indirizzano. Dobbiamo stare attenti alla
manipolazione dei media. Qualche anno fa, nell’album “Burattino senza fili” ho
preso in prestito una favola famosa, la favola di Pinocchio e l’ho ribaltata. Io
volevo dimostrare che proprio quando il burattino diventa un bambino in carne e
ossa, con la logica e il raziocinio, paradossalmente corre più rischi.
Rimpiangevo il burattino libertario senza condizionamenti, senza manipolazioni e
invece evidenziavo il fatto che proprio nel momento in cui si diventa una
persona normale si è più vulnerabili e manipolabili dai mass media e dal
sistema. Quasi sempre crediamo di sapere esattamente chi sono “i buoni” e chi
sono “i cattivi”, ma anche i buoni e i cattivi, talvolta sono semplicemente il
frutto di una manipolazione. Spesso, durante le interviste, mi chiedono
“Edoardo, ma tu da che parte stai?” In un periodo in cui tanti miei colleghi
tornano a schierarsi politicamente, io rispondo semplicemente che sto dalla mia
parte, cioè dalla parte di chi vorrebbe un mondo meno oberato dai proclami e
dalle certezze e più impegnato concretamente ad aprire le proprie porte al Terzo
Mondo, con atti concreti e senza paternalismi. So comunque che dalla “mia parte”
stanno anche i tantissimi ragazzi che vedo ai miei concerti, ma anche nei locali
che frequento abitualmente. Io non credo che le canzoni debbano essere
analizzate come trattati di filosofia, la musica è divertimento, sta al di sopra
delle parti…ma il divertimento NON è AMORE
Non e' amore quello che fa girare il motore del volo militare e che importa di sotto chi ci sta
non e' amore legittima difesa prima sparo e dopo chiedo scusa quel che conta e' la legalita'
ma tra la freddezza e la follia ci deve essere una terza via
non e' amore quello che fa giocare al mercato la multinazionale nella gara a chi piu' vendera'
non e' amore lo splendido sorriso di chi spiega le regole per l'uso di chi inganna con la pubblicita'
ma tra la freddezza e la follia ci deve essere una terza via...........
ma tra la freddezza e la follia ci deve essere una terza via
non e' amore il gesto plateale di chi marcia spaccando le vetrine del quartiere che colpa non ne ha
non e' amore la guerra della fede di chi e' pronto a uccidere e morire per amore di Cristo o di Allah ….di Cristo o di Allah
CENNI BIOGRAFICI di Lello Savonardo
Lello Savonardo, sociologo e cantautore, è Dottorando di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" dove si occupa prevalentemente di Sociologia della musica e di Sociologia delle comunicazioni di massa. Il suo interesse per la musica investe sia aspetti di carattere artistico che scientifico, ha infatti al suo attivo la pubblicazione di un CD dal titolo Savonardo edito da "La canzonetta" (1997) e del libro Nuovi linguaggi musicali a Napoli. Il Rock, il Rap e le Posse edito da Oxiana, 1999. Ha, inoltre, curato i volumi: I suoni e le parole. Le scienze sociali e i nuovi linguaggi giovanili, Facoltà di Sociologia - Ed. Oxiana, Napoli, 2001; e I suoni e le parole. Le scienze sociali e la musica d’autore, Facoltà di Sociologia - Ed. Oxiana, 2002.
[1] Cfr. H.K.Bhabha, The location of Culture, Routledge, London and new York, 1994. [2] Cfr. L. Savonardo, Nuovi linguaggi musicali a Napoli. Il rock, il rap e le posse, Edizioni Oxiana, Napoli, 1999 [3] Cfr, L. Savonardo, (a cura di ), I suoni e le parole. Le scienze sociali e i nuovi linguaggi giovanili, Edizioni Oxiana – Facoltà di Sociologia, Napoli, 2001. [4] Cfr F. Ferrarotti in C. Ciavoni, Giovani e musica. Gli sfrattati, in Musica! Rock e altro , supplemento di La Repubblica, n. 57, 29 Maggio 1996, pp.18-19. [5] Jovanotti, Le ragioni del popolo di Seattle, in la Repubblica, 5 ottobre 2000, p.17 [6] Ibid. [7] Cfr, L. Savonardo, (a cura di ), I suoni e le parole. Le scienze sociali e la musica d’autore, Edizioni Oxiana – Facoltà di Sociologia, Napoli, 2002.
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MUSICA E PACE contributo di Lello Savonardo e Edoardo Bennato iin Comportamenti di Pace edizione 2003 (mese di dicembre)
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